Scheda: Mons. Carlo Zinato Vescovo, nato al Torcello di Venezia il 18 dicembre 1890. terzultimo di undici figli, rimase orfano a sei anni; entrò nel Seminario patriarcale di Venezia e fu ordinato sacerdotre il 25 luglio 1913. Conseguì la laurea in Diritto Canonico ed insegnò in seminario per quattro anni. Fu segretario generale e cappellano militare nella Grande Guerra. L’8 giugno 1943 fu eletto vescovo di Vicenza dove entrò il 7 settembre, alla vigilia dei noti fatti. Affrontò subito con coraggio la situazione venutasi a creare con l’assassinio di Don Pietro Franchetti, parroco di San Rocco di Tretto e Don Luigi Bevilacqua, parroco di San Pietro Mussolino. Nel periodo post-bellico si adoperò per ridare vita allla diocesi. Ecco alcune tappe salienti della sua pastorale: riapertura e consacrazione della Cattedrale nel 1950; quattro grandiose feste mariane nel 1949, ‘50, ‘54, ‘59; il programma di vita cristiana “Ritorno agli altari”: la canonizzazione di Santa Maria Bertilla Boscardin; la consacrazione di quattro vescovi vicentini e l’ordinazione di 111 sacerdoti e 230 religiosi. Diede vita al giornale “La verità” che si trasformò poi in “La voce dei Berici”. Domenica 23 giugno 1974, alle ore 22, lasciò per sempre i suoi amati fedeli. Carlo Zinato. Vescovo di Vicenza 1943-1971 di Giulio Perini (maggio 201\\\\) Piazza dei Signori, in quel caldo e luminoso meriggio, traboccava di una folla festante che con applausi e grida di giubilo, si apriva affettuosamente al passaggio del nuovo vescovo. Mons. Carlo Zinato giungeva da Venezia e avanzando con gesto disinvolto spingeva lo sguardo quasi ad abbracciare la vasta platea, poi alzando gli occhi fino alle finestre più alte rispondeva ai saluti con largo, benedicente gesto delle mani e un sorriso raggiante. Era il 7 settembre 1943. Mentre a Vicenza il popolo riversato nella piazza esprimeva tutta la sua esultanza, altrove, nell’infuriare della guerra, regnava la disperazione. Per tragica coincidenza poche ore dopo l’Italia sarebbe capitolata, deposte le armi, firmato l’armistizio. Le prime avvisaglie della clamorosa disfatta si erano avute già il 25 luglio, quando mons. Zinato era stato consacrato vescovo nella fulgente basilica di S. Marco a Venezia. In quel giorno fu sanzionata la caduta del fascismo con le dimissioni di Mussolini e affidata la formazione del nuovo governo a Badoglio. Gli avvenimenti precipitavano. La storia della seconda guerra mondiale scritta su un registro di follie, devastazioni e morte stava per girare pagina. Nessuno, o quasi, a Vicenza - in quel radioso meriggio -se ne rendeva conto. L’indomani, uscendo di casa a Porta Padova, vidi con doloroso stupore la strada percorsa da una interminabile colonna di soldati italiani che camminavano ciondoloni con la testa bassa e una infinita tristezza dipinta sul volto. Chi, della divisa indossava la giacca, chi il berretto, chi soltanto i calzoni. Tre o quattro tedeschi, armati fino ai denti, guidavano il deprimente corteo. Accanto a me uno sconosciuto mormorò: “Mi vergogno di essere italano!” Brutta cosa l’umiliazione, ma assai peggiore la guerra, un male che disonora tutti. In quel tragico e doloroso contesto ebbe inizio a Vicenza l’impegno pastorale di mons. Carlo Zinato. Il quale non si perdette d’animo, anzi dimostrò ben presto di saper usare con destrezza e decisione lo scettro del comando. Il momento era particolarmente difficile. Nubi fosche si addensavano all’orizzonte. In dicembre i primi bombardamenti anglo-americani avrebbero lacerato la città. Quasi non bastasse si aggiunsero rastrellamenti in tutta la provincia con morti e feriti. Numerose abitazioni date alle fiamme. Regnava il terrore. Il vescovo intrepido accorreva. Accompagnato da qualche sacerdote, buon conoscitore della lingua tedesca, trattava direttamente con i comandanti germanici, che, abituati a comandare, in particolari circostanze non disdegnavano di obbedire e così il vescovo, con i suoi provvidenziali interventi - nonostante innegabili difficoltà - riuscì a salvare interi paesi. L’autorità quando degenera diventa autoritarismo, se invece è posta al servizio degli umili, si traduce in benedizione. Terminata la guerra mons. Zinato iniziò con fervida alacrità l’opera di ricostruzione a cominciare dalla cattedrale e dall’episcopio, due edifici di notevole interesse artistico. Come splendeva la cattedrale nella nuova maestosa facciata che svettava sopra i tetti delle case circostanti! L’episcopio, nella fastosa ricostruzione, sembrava voler riprodurre - anche se in formato ridotto - i sontuosi ambienti vaticani. Per ottenere udienza dal vescovo bisognava prima salire per uno scalone d’onore che brillava nella luce cromatica dei marmi, poi attraversare un salone imponente illuminato a giorno da ampie finestre, quindi imboccare una fila di stanze dignitosamente arredate. Giunti nell’anticamera, attendere il proprio turno e, ad un cenno del segretario, entrare. Il cuore batteva forte, mentre emozione e timore si mescolavano in un’ansia non sempre contenuta. Qualcuno usciva poi sorridente e con passo risoluto, altri con le lagrime agli occhi e la tristezza sul volto. Un sacerdote che, dopo anni di cura pastorale, supplicava di poter finalmente ottenere una parrocchia, anche piccola, si sentì rispondere: “Tu sarai parroco in paradiso”. Mons. Zinato era un vescovo che faceva sentire tutto il peso della sua autorità. Severo con i forti, paterno con i deboli, temibile con tutti. Ecclesiastici e laici salivano a palazzo per ottenere favori, spesso allontanati con severità. Serpeggiava un certo risentimento, misto a delusione. E’ risaputo che chi detiene il potere è spesso impopolare. Un milanese giunto in città, desideroso di conoscere nei dettagli la realtà vicentina, mentre chiedeva: “Chi è il Sindaco?” si sentì rispondere “Zinato”. Timidamente soggiunse: “E il presidente della Provincia?” “Zinato”. Sorpreso, quasi incredulo, sbottò: “Ma, allora, chi è il vescovo?” Per la terza volta gli fu ripetuto lo stesso nome: “Zinato”. Solo allora si rese conto di quale prestigio godesse il vescovo e quali poteri esercitasse in tutta la diocesi. Lo sapevano anche i preti che, per ottenere qualche vantaggio, incominciarono ad usare una certa scaltrezza. Mi raccontava don Giacomo Bravo di essersi presentato un giorno al vescovo. “Avrei da chiederle un permesso, che a me sta tanto a cuore, ma sempre mi è stato negato. Temo che neanche lei possa concedermelo”. “Come - fu interrotto bruscamente - tu osi credere che il tuo vescovo non abbia il potere di concederti un favore. Va e non se ne parli più”. Mons. Zinato per la visita pastorale e per altri numerosi incontri si spostava nella parrocchia della diocesi con una lussuosa macchina “Mercedes”, dono degli industriali. Davanti al cofano campeggiava lo stemma vescovile con il leggendario leone di S. Marco e la scritta “In Charitate”, suo motto personale. Autista, segretario, cerimoniere agli ordini. Bisognava arrivare puntuali. Talvolta accorgendosi di essere in anticipo sull’ora stabilita, ordinava di rallentare l’andatura o addirittura fermarsi. Nelle chiese un’accoglienza - a dir poco - trionfale. Navate gremite, liturgie fastose, popolo osannante. Un tempo in cui “fare il vescovo” diventava un godimento, oggi un martirio. Nelle parrocchie era tutto un susseguirsi di prediche, tridui, novene, comunioni generali in un continuo crescendo. La fede esplodeva. Si aggiunga un fervore crescente nell’edificare chiese, campanili, oratori, canoniche. In città quasi raddoppiato il numero delle parrocchie. Tutta la diocesi trasformata in un immenso cantiere. Anche il vescovo indossò i panni del costruttore, dinamico, impareggiabile. A cattedrale ed episcopio volle aggiungere il palazzo delle opere sociali, Villa S. Carlo e il Seminario Minore. Tutte opere di notevole impegno economico oltre che di valore artistico a cominciare dal seminario, riprodotto in numerose riviste di arte contemporanea, diffuse anche all’estero. Il vescovo ammirava visibilmente compiaciuto. Quanto si gode quello che si è ottenuto con grande fatica! Una sola di queste rilevanti costruzioni sarebbe bastata per immortalare la memoria di un presule tanto benemerito. Trascorreva l’estate a Fongara, un paesino sperduto tra pittoresche montagne a 900 metri d’altezza, avvolto in un magico silenzio. Vi saliva per una stradicciola tortuosa che costeggiava distese d’erba vergine e cespugli di ciclamini. A sera, nel tramonto, si accendevano sui monti roghi sfavillanti di tralucente bellezza. Poi, nella notte fonda, la candida luna veleggiava solitaria negli spazi eterei, sopra abissi caliginosi. Mons. Zinato viveva lassù in un modesto appartamento accanto alla chiesetta per gustare momenti di pace e di serenità. Quindi, al termine dell’estate, ritornando a Vicenza, riprendeva la vita ordinaria sempre attivo, infaticabile. Amministrava la diocesi - almeno nelle intenzioni - con giustizia e responsabilità, la mente fissa al giudizio finale di Dio. Tener presente la seconda realtà, rende più leggera la prima. Anche per un vescovo. Era perfettamente consapevole dell’umana fragilità, per cui ogni settimana si accostava al sacramento della penitenza. Lo attendeva, a Monte Berico, padre Contessa, dei Servi di Maria. Al suo arrivo tutto era perfettamente predisposto: stanzetta silenziosa, inginocchiatoio in velluto rosso, crocefisso. Non so, né riesco ad immaginare, chi dei due fosse più preoccupato di “rompere il ghiaccio”. Un mio collega di Seminario - ora defunto - immaginava con un pizzico di arguta ironia le prime parole del confessore: “In questa settimana, eccellenza, quali peccati si è degnato di commettere?” Intanto gli anni correvano veloci. Ne passarono 28. Un giorno - era il 1971 - il vescovo, raggiunti gli 80 anni, presentò le dimissioni, che furono accettate. Il gesto gli costò molto. Da quel momento incominciò in lui un rapido declino. Talvolta andavo a trovarlo. Mi sembrava troppo docile, arrendevole. Non era più lui. Colpito da tumore, morì nel 1974. Con lui finiva un’epoca. Scompariva il “padrone della vigna” descritto nella parabola evangelica, lasciando il posto al “servo buono e fedele”. Due mondi agli antipodi. Fu sepolto nella cripta della cattedrale, in una tomba di marmo bianco, sulla quale notai per tanti anni una corona di fiori, collocata ogni settimana da una mano gentile in segno di riconoscenza. Era una professoressa di lettere che insegnava nel Liceo-Ginnasio “Pigafetta”. Bisogna dire che le donne - anche nei piccoli gesti - superano spesso gli uomini. Talvolta ritorno nella cripta per recitare una preghiera al vescovo che mi ha consacrato sacerdote. L’ambiente è freddo, la tomba solitaria. Non vedo più i fiori sulla rigida lastra sepolcrale, e il mio pensiero corre a quella donna, al suo gesto gentile. Mi sembra che - anche se invisibile - sia ancora lì presente e viva con tutto il suo amore. Chi non ha mai amato, non è mai veramente vissuto. |